testata giornalistica virtuale a cura di Francesco Favia

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Utente: francescofavia
Nome: Francesco Favia
Francesco Favia nasce a Bari, precisamente all’ospedale Di Venere sito nell’ex frazione Carbonara, nel 1983 da madre casalinga e padre pescatore. Francesco visse un’infanzia serena assieme a suo fratello, più piccolo di tre anni, pur sentendo spesso la mancanza di suo padre, che era ed è quasi sempre lontano per lavoro. Sin da bambino dimostra una gran attitudine per la scrittura e spesso la sua maestra d’italiano leggeva i suoi temi ad alta voce dinanzi all’intera classe. Le prime sue letture furono i racconti per bambini riportati sul suo libro di testo e altre collane di libri per la sua età che gli comprava sua madre. Amava molto i racconti e le filastrocche di Gianni Rodari e leggendoli gli passava nella sua mente di fanciullo che doveva essere un mestiere bellissimo quello dello scrittore. Nonostante ciò e i plausi dei vari insegnanti per scritti prettamente scolastici, Francesco prese seriamente l’impegno della scrittura solo a diciotto anni, in seguito ad una sfida con una professoressa di Lettere della scuola superiore, che comportò la stesura del suo primo romanzo. Da lì seguirono racconti poesie, le quali al termine del ciclo scolastico divennero sempre più impregnate di amarezza, disillusione e rabbia. L’apice della rabbia si ebbe nel suo secondo romanzo. Il personaggio principale è notevolmente autobiografico, in dei contesti anch’essi riconducibili alla vera vita dell’autore, seppur la storia risulti essere di mera fantasia. Questo alter ego riversa su se stesso la sua rabbia, il rancore per un’inspiegabile inettitudine, deprimendosi progressivamente fino ad arrivare all’autodistruzione. Al culmine di tutto ciò, qualcosa si sveglierà nel suo animo da perdente. Dopo la scuola, ebbe un anno sabbatico contornato da lavoretti. Si iscrisse in seguito alla facoltà di Lettere con indirizzo Editoria e Giornalismo per cercare di assecondare la sua indole. Dopo due anni di intenso studio, mancando comunque molto alla laurea, Francesco, necessitando di soldi, iniziò a lavorare a tempo pieno, trascurando gli studi e alla fine decise di rinunciare ad essi definitivamente.

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venerdì, 06 marzo 2009
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lunedì, 23 febbraio 2009
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giovedì, 18 dicembre 2008
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Francesco Favia

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giovedì, 04 dicembre 2008
Sulle emittenti locali spicca la qualitĂ 

Siamo alle solite con i problemi, ma la denuncia pubblica è innovativa e strappa risate

Siamo alle solite - Giovanni Abbaticchio a sinitra e Alberto De Giglio a destra

Vanno in giro, armati di microfono e intelligente ironia, per i quartieri di Bari e per i comuni limitrofi. Le loro menti hanno dato vita a un programma di denuncia, arricchito da una satira fresca e genuina, che coinvolge in pieno i cittadini, rendendoli i veri protagonisti della trasmissione. 

Sono Giovanni Abbaticchio e Alberto De Giglio, che oltre ad essere gli autori e i curatori di “Siamo alle solite”  - in onda tutti i giorni alle ore 7.50 e 20.50 e in replica il sabato alle 13.30 e la domenica alle 01:30 su Antenna Sud, emittente locale pugliese -  sono coloro che scendono in prima linea per evidenziare ciò che non va nel territorio barese.

Giunto alla seconda edizione, il programma risulta leggero ed estremamente godibile, portando spesso e volentieri a far scappare una salutare risata al telespettatore. L’aspetto comico è parte integrante della denuncia sociale. Il cittadino, messo a proprio agio dai due simpatici e amichevoli ragazzi, tende a parlare del problema con naturalezza e dalla chiacchierata emergono i dettagli dei problemi che la pubblica amministrazione, dopo la pubblica denuncia, dovrebbe cercare di risolvere.

Le parole del cittadino sono sottolineate da contributi visivi, ovvero brevi spezzoni di film, telefilm o cartoni animati, nei quali i dialoghi o le espressioni sono contestualizzabili, appunto, al discorso dell’intervistato. Geniale trovata, vagamente in stile “Le Iene”, o il più antico “Fuego”, ma molto più divertente.

Provenienti dalla scuola di Telebari, Abbaticchio e De Giglio, si contraddistinguono in un paranoma televisivo ripetitivo, dove anche la denuncia sociale diventa trash con i vari tapiri e provoloni.

Se continueranno a sfornare idee innovative come queste, questi due ragazzi ne faranno di strada e faranno parlare di sé.

 

Francesco Favia

 

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mercoledì, 26 novembre 2008
Strage di Erba. Nessuno sconto.

Rosa Bazzi & Olindo Romano

E’ di qualche ora fa’ la notizia della sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Como. Prima di arrivare alla lettura del verdetto, si è dovuto passare da ventitré udienze, dall’ascolto di un centinaio di testimoni, fino a giungere alle decisive sette ore di Camera di Consiglio.

Colpevoli dell’uccisione di tre donne e un bambino, nonché di un tentato omicidio, sono andati incontro ad una ovvia pesante condanna. Ergastolo e tre anni di isolamento diurno per i due coniugi. E non poteva essere così dato le prove schiaccianti, per giunta accompagnati dalla testimonianza oculare del sopravvissuto, Mario Frigerio, marito della vicina di casa Valeria Cherubini, una delle vittime.

Invece di ritrattare e arrampicarsi sugli specchi e se avessero avuto un atteggiamento più rispettoso in un contesto processuale, dove vivo era il dolore dei parenti delle vittime, forse, in una qualche piccola possibilità di un piccolo sconto di pena avrebbero potuto sperare. I giudici della Corte d’Assise, avrebbero anche potuto cercare di comprendere l’esasperazione di un lavoratore, impossibilitato dal riposarsi per del chiasso proveniente dall’appartamento dei vicini. Sono numerosissime la cause civili per questioni condominiali e forse la signora Castagna avrà avuto anche delle colpe, ma mai tali da giustificare un delitto efferato come la strage di Erba.

Un delitto premeditato. Un indegno alibi: uno scontrino di un fast-food. Così iniziò la fase difensiva. Una pietosa arringa finale da parte della difesa e da parte di Olindo Romano, che si è dimostrato dispiaciuto per il dolore dei parenti delle vittime. L’apoteosi.  “Un bluff vergognoso” l’ha definito il padre di Raffaella Castagna.

In un’ Italia che regala indulti, esagerati sconti di pena, protagonista di clamorosi errori giudiziari, in un’ Italia dove basta improvvisarsi pazzi per evitare il carcere, ecco che qualcosa sembra cambiare.

Nella strage di Erba non si celava nessun mistero italiano e non potevano non dare il massimo della pena, ma apprendere sempre in questo giorno di sentenze, della condanna a dieci anni di un pirata della strada, che uccise due giovani fidanzatini, fa ben sperare.

 

Francesco Favia

 

Mercoledì,  26 novembre 2008

 

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

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strage di erba nessuno sconto

lunedì, 17 novembre 2008
Lite Varriale-Zenga. Una storica trasmissione sportiva diventa un reality. La cronaca e il punto di vista di Francesco Favia

giornalismo

E’ stato davvero deplorevole il siparietto inscenato da due professionisti del mondo calcistico italiano come Enrico Varriale e Walter Zenga. Spinti da irrefrenabili impulsi, derivati da ripicche di carattere personale, si sono affrontati in diretta su Stadio Sprint la scorsa domenica, scambiandolo per qualche reality show.

Avrei preferito che lei non avesse parlato di me alle spalle e non avesse fatto apprezzamenti sul mio conto, sulla mia vita privata e sul mio passato di allenatore“. Il giornalista ha contrattaccato:Lei, Zenga, è stato un grande portiere, che in carriera ha sbagliato poche uscite, questa è un’uscita sbagliata, simile a quella che ci costò il Mondiale del ‘90 nella semifinale contro l’Argentina. Se vuole parlare di calcio, bene“.

Da questo stralcio di lite riportato, si evince l’arroganza di gente come Varriale, gente che soffrendo di mania di onnipotenza, si sente in diritto di criticare un uomo, ferendolo nell’anima, ripescando amari ricordi di una vita dedita allo sport.

Zenga , dal canto suo, ha peccato di alimentare una discussione, che seppur motivata, è, possiamo dire, non eccezionale, nel senso che è normale che due persone possano litigare o avere divergenze di opinioni, ma sicuramente sarebbe stato meglio che dei loro rancori personali se ne fosse parlato in un ambito privato.

Per chi si fosse perso questo “gran pezzo di storia della televisione”, lo spettacolo è disponibile integralmente e ampiamente su Youtube.

La stragrande maggioranza dei commenti sul sito succitato, ma anche nei vari forum sparsi sulla rete, sono di difesa e a favore dell’ex portiere della nazionale. E come non poteva essere così.

Walter Zenga è un uomo che ha dedicato una vita alla sua passione, un calciatore di altri tempi, come pochi oggi se ne vedono. Sicuramente non è un santo, ma la professionalità non gli è mai mancata. In campo ci metteva il cuore, era molto attaccato alla sua tifoseria e per la sua grande passione, la sua voglia di rimanere nell’ambito del calcio giocato, non si è fatto problemi nel far le valigie, lasciare l’Italia, per andar ad allenare in Paesi pieni di problemi di svariata natura come possono essere la Romania e la Serbia-Montenegro.

Il signor, dottor, l’egregio Varriale cosa avrà mai fatto nella sua vita per essere sempre presente sulle reti RAI? La frecciata di Zenga non era necessaria, perché è risaputo che chi lavora in certi contesti, televisivi, giornalistici, non è presumibilmente - come lo potrebbe essere in altri ambiti lavorativi - , ma matematicamente raccomandato da qualche politico o familiare influente.

E tutto questo può importare relativamente ad un lettore, ad un radioascoltatore, ad un telespettatore.

Questa gente, però, che non si è mai sbattuta, - e consentitemi questo termine poco professionale – dovrebbe essere grata al Cielo – o a qualcuno che vive sulla Terra -, lavorare umilmente e non sentirsi il diritto di spadroneggiare, in questo caso in TV. E la televisione, ormai, ha i giorni contati, perché sul web si hanno i veri responsi dalla gente. E se questi professionisti si sentono di fare i gradassi, perché aventi le spalle coperte, beh… dovrebbero ricredersi e pensarci due volte prima di prendere determinati atteggiamenti. Già un presuntuoso e raccomandato pel di carota la gente lo ha fatto fuori, seppur stia tentando una rinascita con una trasmissione tutta sua, concessagli da chissà chi.

 

Francesco Favia

 

lunedì 17 novembre 2008  ore 15:15

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martedì, 04 novembre 2008
Assaltato portavalori nel barese. Scene da film, terrore reale.

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Un milione e seicento mila euro. No, non è il premio di una lotteria o del SuperEnalotto. È a quanto ammonta il bottino fruttato ad una banda di criminali, armata fino ai denti, che questa mattina ha assaltato un furgone portavalori dell’IVRI sulla trafficata statale 16 all’altezza del quartiere periferico di Torre a Mare.

Il commando formato da una dozzina di persone circa a volto coperto, ha puntato spavaldo armi da guerra contro gli automobilisti per bloccarne la marcia, non senza procurare incidenti vari. Ha sparato quattro colpi per intimorire le guardie giurate che impotenti hanno lasciato che i banditi, con l’aiuto di una fiamma ossidrica, sventrassero il portavalori, dal quale hanno estratto la cassaforte col denaro. Per evitare un eventuale inseguimento dei vigilanti, hanno bloccato la strada, ponendo di traverso una delle quattro autovetture utilizzate per portar a termine il piano, una Fiat Punto, risultata rubata. Hanno anche cosparso l’asfalto di chiodi per ritardare l’intervento delle forze dell’ordine.

A bordo di una Bmw grigia e di un’Audi nera, i rapinatori si sono dileguati immettendosi sulla viabilità di servizio in direzione Noicattaro.

E mentre gli investigatori raccoglievano dal suolo i quattro bossoli fuoriusciti da un kalashnikov, poliziotti e carabinieri si sono alzati in volo a bordi di elicotteri per sorvolare la zona.

 

E intanto il sindacato denuncia la bassa retribuzione dei dipendenti dell’IVRI che rischiano quotidianamente la vita e che vengono lasciati allo sbaraglio senza gli appropriati equipaggiamenti.

Gli assalti in Puglia nel 2008 sono aumentati, sembrerebbe, anche per via del numero dei vigilanti limitati e scarsamente preparati. 

Certo è che quest’ultimo colpo ha del sensazionale. Nemmeno i migliori guerriglieri avrebbero potuto far niente. Studiato nei minimi dettagli, è andato tutto liscio come l’olio per la banda. Non si sono viste la spada tagliatutto di Goemon, tanto meno il revolver di Jigen, ma l’astuzia degna di Arsenio Lupin non è mancata. Putroppo però, non si è trattato di un episodio del famoso manga, ma di una drammatica mattinata di terrore in Terra di Bari.

 

Francesco Favia

 

Martedì 4 novembre 2008  ore 18:48

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domenica, 17 agosto 2008
Hip hop, musica del nuovo millennio

Successo dopo anni di gavetta nell’underground per i più noti e speculazione da parte degli  artisti in declino

hip hop

Il panorama musicale italiano negli ultimi anni ha subito un cambiamento non indifferente, portando sempre più alla ribalta gli MC e i vari esponenti della scena hip hop italiana, che dopo qualche spiraglio negli anni ’90, ha sempre vissuto in penombra, esprimendosi tra i cunicoli dell’underground.

Ogni volta che ci si affaccia ad un nuovo decennio, si assiste ad un cambiamento più o meno drastico di stili e tendenze musicali, le quali poi ovviamente  incidono anche su modi di vivere e vestire. Cambiamenti musicali spesso portati da venti anglo-americani.

Si è passato dagli “urlatori” alla Beat Music dagli anni ’50 ai ’60, a musiche e testi spigolosi nei ’70 dopo le rivolte del ’68, alla musica più elettronica nuovamente meno impegnata degli ‘anni 80 al fritto misto degli anni ’90, dove anche il rap, la dance o il rock più duro si tramutavano in pop music.

Nei primi anni del nuovo millennio dagli U.S.A. arrivano ondate di musica hip hop, le quali invadono le televisioni musicali e le radio di mezzo mondo, Italia compresa. Se in Italia la gente non consumatrice di rap, conosceva a malapena Puff Daddy o al massimo, nella vesti di attore brillante, Will Smith, grazie al successo del telefilm omonimo, imparerà ad apprezzare gesta e sguardi da gangsta dei vari Jay-Z, Snoop Dogg, 50 cent. Tutta gente poco raccomandabile che con la musica è riuscita ad arricchirsi, facendo conoscere al mondo intero il rap, quest’arte metropolitana della quale hanno usufruito, cavalcando l’onda, anche artisti in declino come Mariah Carey o altri in ascesa come Justin Justin Timberlake o le icone femminili Jennifer Lopez e Madonna. L’unico che forse non si è venduto, ma sicuramente il più venduto, è quel Marshall Bruce Mathers III, noto come Eminem, che, mantenendo sempre il suo irriverente stile, ha preso a schiaffi il mondo, mostrando anche sugli schermi il degrado, la dura realtà dalla quale nascono le parole di questo genere di musica, strumento di rivalsa.

In Italia i discografici, fiutando l’affare, notando il successo di 8 Mile nei cinema e la grande affluenza di gente nei locali hip hop, hanno iniziato a guardarsi in giro, pescando qualche talento.

Sono sorti fenomeni musicali, ma direi anche di costume come Fabri Fibra, proveniente già dallo sbalorditivo successo di Mr. Simpatia, secondo album da solista, prodotto e distribuito da un’etichetta indipendente. Le major fiduciose, hanno dunque lanciato anche altri artisti come il bolognese Inoki; Nesli, fratello di Fabri Fibra e Vacca, rappar di Quarto Oggiaro, periferia milanese, anch’egli come Nesli facente parte della crew del rapper marchigiano e presente sul palco ai suoi concerti.

Non saranno paragonabili alle East Coast e alla West Coast statunitensi, ma anche qui in Italia abbiamo diverse fazioni: un’altra, oltre quella succitata, è prettamente milanese, da anni impegnata nell’underground, lanciata ultimamente sul grande mercato dalle major, seppur con successo inferiore all’indiscusso, almeno sul termine di vendite, Fabri Fibra. Le colonne portanti di questa scuola di rappers sono i membri di Club Dogo e Dogo Gang, dalle quali è spiccato al grande pubblico il siciliano Marracash.

Le tematiche sono state rispettate sia da Fibra e company che dal secondo gruppo di rappers nei loro dischi prodotti dalle major, nonostante i fan di Fibra, che ritengono per l’appunto Mr. Simpatia il miglior album dell’artista, e i vari estimatori di hip hop accusino il signor Tarducci di aver cambiato stile per il denaro. Al di là del fatto che se una persona può far soldi con la musica o qualsiasi altra forma d’arte, evitando quindi di andarsi a stressare con un lavoro normale, questa persona non dovrebbe esser denominata come venduta, gli ultimi due dischi di Fabri Fibra sembrano avere un’impronta diversa per il semplice fatto che il beat è stato prodotto da Fish, tra l’altro uno dei miglior produttori musicali di stampo hip hop che si possono trovare in Italia. È normale, dunque, che cambiato dj, cambia beat e se poi il beat risulta essere poco underground, ciò non è un difetto a priori.

I Club Dogo si sono fatti conoscere al grande pubblico col singolo dal titolo colorito “Mi hanno detto che la vita è una P******, contenuto nell’album “Vile Denaro”. Sound e tematiche rimaste invariate, forse fin troppo. Sicuramente è la politica della loro musica e cercano di improntarsi su un determinato stile, ma alla fine risultano monotematici e snervanti dato che non fanno altro che esaltarsi a gangsta, dimostrandosi più dei bulletti di periferia che dei veri criminali. Dovrebbero illustrare meglio le problematiche dell’ hinterland milanese, piuttosto che fare gli spocchiosi, dicendo che nei loro quartieri si spaccia e si ruba per vivere. A parte il fatto che la droga oggi è venduta anche da gente insospettabile, magari proprio per arrotondare lo stipendio e non si trova dunque solo in periferia, i quartieri periferici milanesi non sono certo i distretti del Bronx o città del Sudamerica. Sono più rappresentabili come quartieri, una volta dormitori, dove la maggior parte della gente lavora. In passato dormitori, poiché, a quanto pare, supermercati e farmacie e altri servizi oggi non mancano, rispetto a molte periferie del sud Italia. Anzi, molto più pericolosi sono quartieri come Scampia a Napoli o lo Zen a Palermo. L’atteggiamento di certi rappars nelle loro rime, è senz’altro fuori luogo.

Molto meglio la frustrazione, spesso espressa con simpatica irriverenza, di Fabrizio Tarducci, alias Fabri Fibra. Frustrazione vera, di vita vissuta, dunque di pessime situazioni lavorative, ragazze dalla dubbia dignità morale, sconforto derivato dal fatto che la sua musica piace, ma non gli consente di cambiare la vita. Tutto questo c’era nei suoi dischi underground, adesso, in “Tradimento” e ancor di più in “Bugiardo”, ci sono la frustrazione e la rabbia procurate dal degrado morale del mondo del successo.  C’è chi lo accusa di fare il verso ad Eminem. Sicuramente come stile nei testi ci avrà preso spunto e ancor più sicuramente nel cambio di voce in alcune sue canzoni, ma resta pur sempre quello che ci sa fare di più col microfono in Italia. Abbiamo avuto i cloni di Elvis a Sanremo negli anni ’60, siamo pieni di gente che si crede Vasco e che magari ha anche avuto un discreto successo, seppur sembrano delle parodie, perché dovremmo denigrare un’ottima copia? Tra l’altro gli italiani preferiscono comprare ottime copie piuttosto che gli originali.

Di cattivo gusto, parlandone sempre da spettatore esterno, è il presunto riavvicinamento di J. Ax e company all’hip hop.  Il signor Aleotti sin da quando faceva rap, si dichiarava estromesso a certe realtà, per non parlare dei Gemelli Diversi che hanno sempre puntato su uno stile pop, poiché dicevano loro stessi nelle varie interviste, che essendo in Italia, il nostro rap dev’essere accompagnato dalla classica musica melodica italiana che viene esportato in tutto il mondo.

E dunque si è visto il dissing fuori luogo dei Gemelli Diversi che si sono sentiti offesi, perché non accettano il fatto che possono non esser graditi da tutta la popolazione terrestre, attaccando, prettamente a scopo pubblicitario, su Youtube, il povero Fibra che aveva osato nominarli, dicendo al mondo che quelli non gli sono simpatici.

Ultimamente si è visto il ritorno di J. Ax, dopo l’imbarazzante album da solista, che comunque ha venduto le sue copie. Ritorno all’hip hop avvenuto con varie collaborazioni con queste gang milanesi, che spesso sembrano ricordare il grande J. Ax di “Così com’è”, “Così mi tieni”, “Non c’è rimedio”.

J.Ax rimane un grande artista, che, insieme all’ormai ripudiato dall’ex Spaghetti Funk, Dj Jad, ha costituito un pezzettino di storia della musica italiana. Grande artisticamente, un po’ meno come uomo si direbbe, a questo punto, ma alla fine siamo uomini e non caporali. Certo, però, se nel DVD la “Riconquista del Forum” si sente un J.Ax, godersi insieme allo spettatore il DVD, sbeffeggiare il rap, poiché non potrà mai dare le emozioni di un concerto rock, è normale che un appassionato di musica, qualsiasi essa sia, si senta preso per i fondelli. E d’altronde è lo stesso J.Ax, nella canzone “Fattore wow”, cantata con Marracash e l’ MC dei Club Dogo Guè Pequeno, a definirsi un pappone slavo a discapito della musica italiana. Anche il fatto che nelle sue rime, stia continuamente a ribadire i successi che ebbero i suoi dischi, non è che sia da apprezzare, anzi dimostra un atteggiamento infantile, ma forse è l’unico atteggiamento che ci si possa aspettare da chi il successo lo ha colto giovanissimo, senza far vivere in prima persona le difficoltà della vita.

Non si vuol criticare chi cambia percorso musicale, ma chi a seconda dell’aria che tira, ci si improvvisa a fare un certo genere musicale. Ma già si poteva dedurlo, quando nella seconda metà degli anni ’90 andava molto la musica latina e gli Articolo 31 se ne uscirono con “Guapa loca”. Una coerente incoerenza, la quale procura la nausea se si ascoltano dichiarazioni del tipo “Se l’album va male, faccio il muratore.”  Qui nessuno vuole dare giudizi, al massimo si vogliono dare considerazioni. E considerazioni positive andrebbero fatte all’ex rapper Neffa che dimostra come si può cambiare genere, realizzando sempre musica di ottima qualità. Qualsiasi percorso possa intraprendere un uomo nel lavoro, nella vita, ci si  sacrifica con perseveranza per raggiungere degli obiettivi, cercando di ottenere degli ottimi risultati. E può capitare di ricominciare da zero, ma ci si riprende per fare meglio di prima. E questo ha fatto Neffa, ha ricominciato da zero, facendo una musica soft-pop, swing, senza cambiare mai, migliorandosi sempre, regalandoci altre perle degne di “Aspettando il sole” e “Non tradire mai” . Ecco, egli è un chiaro esempio di professionalità.

Beh parlare di etica e professionalità al giorno d’oggi risulterebbe come raccontare una barzelletta, a maggior ragione nella discografia e nello show-business, quindi tutto questo è come se non fosse stato detto o, per la precisione,  scritto.

 

 

Francesco Favia

 

 

 

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Postato da: francescofavia a 17:37 | link | commenti (8)
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domenica, 13 luglio 2008
Recensione del romanzo "Davanti a me" di Francesco Favia

Questa è la storia di una degradazione; una degradazione che coinvolge la vita di un ragazzo sensibile che si trova faccia a faccia con la realtà della vita, che è ben diversa dall’ilarità spensierata degli spot pubblicitari, ma al contrario, fatta di delusioni, sogni infranti, fallimenti. È così che la disperazione per una vita inutile, senza senso e senza scopo, lascia il posto alla decadenza fisica e morale. La mancanza di un lavoro e di una stabilità sia economica che affettiva, rende il protagonista, Sam, sempre più nichilista e pessimista, arrivando ad un’incolmabile inettitudine.

Pertanto tra bazzecole, espressioni dialettali e lessico scurrile si introducono digressioni e flussi di coscienza di carattere schopenhaueriano,  a cui il protagonista ventiduenne si abbandona e attraverso cui abbiamo modo di conoscere le sue esperienze passate e le ragioni che determinano così grevi considerazioni. Anche la degradazione che si impossessa del giovane improvvisamente come una forza demoniaca e che momentaneamente lo appaga, sotto la maschera di un facile benessere, alla fine però si rivela nella sua verità di “femme fatale” che porta alla perdizione.

Il lessico ben riflette e si adegua al degrado; così come le convinzioni opinabili e lo stile spesso basso non stona e non crea scandalo, combaciando con la materia narrata nella sua sconvolgente verosimiglianza e attualità.

Una degradazione, in particolare, fatta di alcool, fumo, droga, sesso facile, affari “sporchi”; visibilmente un decadimento simile può riecheggiare il celebre quadro della degradazione “Il trittico della metropoli” dell’artista Otto Dix.

Il giovane Sam manifesta tutto il suo disagio interiore; la rabbia per una vita ingiusta trova appagamento in questo vile giro nel quale anch’egli, il quale in fondo è solo una bravo ragazzo disperato, è vittima “consapevole”. Infatti egli è a conoscenza della bassezza in cui è caduto e avverte il peso dei sensi di colpa, ma decide comunque di lasciarsi “violentare” dalla vita, almeno per un primo momento. Si lascia prima travolgere, ma poi arriva (per lui come ogni individuo) il tempo della redenzione. Rinsanisce e capisce che quello che sta facendo non serve a migliorare la sua esistenza, ma al contrario, procura solo malessere e decide di darci un taglio e di affrontare la vita “di petto”.

Quindi fanno la loro comparsa elementi e frasi speranzose, seppur gravate dall’incombere di un fatale destino. Dunque, dopo aver tirato un sospiro di sollievo, aver rivisto l’ex compagno di cella, che lo salva e lo persuade a godersi la vita, aver rivisto l’unico suo vero amico, che gli consegna una ragione per vivere (badare alla madre, rimasta vedova e sola), ci troviamo di fronte ad una sconvolgente e terribile fine.

In conclusione, seppur il romanzo possa apparire scurrile, esagerato, volgare, grottesco ad una lettura superficiale e generare disappunto sulle prime, la chiave con cui va letto è quella della sua tragica drammaticità ed intrinseca realtà.

Solo facendo così si può riuscire a cogliere perfettamente il suo elevato valore morale ed educativo, celato sotto sembianze prettamente “diseducative”.

Il finale tragico ed eccessivo, con la sua alta carica emotiva, lascia una scia di amarezze, poiché giunge inaspettatamente (nonostante si possono avvertire dei preavvisi); mai, comunque, finale sarebbe più appropriato per non rischiare di cadere nella banalità.

Nel complesso tale romanzo risulta un capolavoro di toccante drammaticità e (purtroppo) dolorosa attualità.   

 

 

 

                                             Federica Cicchelli

Postato da: francescofavia a 13:41 | link | commenti
recensione davanti a me

Arte e musica come aiuto terapeutico

Le Artiterapie e la MUSICOTERAPIA

L’arte è una forma di comunicazione che per esprimersi in segno, forma, musica o gesto, necessita di un atto creativo. E’ dimostrato quanto l’atto creativo permetta di esprimere e regolare le proprie emozioni secondo modalità che, a volte, il solo linguaggio verbale rende difficoltose o insufficienti e quanto possa contribuire a migliorare la Qualità di Vita delle persone coinvolte. Le artiterapie, proprio per la loro capacità di mobilitare sia la facoltà evocativa(vita affettiva, emozioni, immagini),sia la facoltà strutturante(il modo in cui  la forma è rappresentata in segno o spazio),possono diventare strumento conoscitivo, preventivo del disagio e di benessere.

Nelle artiterapie non esistono canoni estetici di riferimento, ossia non c’è la possibilità che un prodotto arteterapeutico sia bello o brutto: non può esistere stonatura, una danza fuori tempo, un disegno fatto male, perché l’unico riferimento è la persona stessa, in particolare è quella cosa che possiamo chiamare “unicità creativa”,quel “talento espressivo” nascosto ma presente in ognuno di noi e tale talento sopravvive anche in situazioni sfavorevoli, di disagio psichico e fisico. Il gesto(musicale,teatrale, pittorico, ecc…) assume allora il valore di portatore all’esterno del disagio della persona e sarà compito dell’operatore saper gestire e re-indirizzare, con una risposta adeguata, ciò che è stato esternato, al paziente stesso,creando le condizioni per un percorso terapeutico e riabilitativo vero e proprio. Il carattere artistico( musica,danza, pittura,ecc..), quindi, è solo un mezzo attraverso il quale i nostri vissuti sono simbolicamente rappresentati.

In conclusione, le artiterapie sono canali alternativi importanti ed efficaci perché intercettatori di quelle abilità e talenti propri dell’essere umano, che sopravvivono anche nelle fasi più avanzate delle malattie,demenze o disagi psichici.

La musicoterapia rientra nelle discipline arte-terapeutiche. La parola “Musicoterapia” si compone delle parole: “terapia” che possiede il significato di metodo di cura e “musica” che indica l’arte di combinare insieme dei suoni e il loro utilizzo in un dialogo sonoro; per cui l’unione dei due termini indica l’utilizzo in un intervento di carattere terapeutico o riabilitativo della musica, in cui essa assume la finalità di stimolare lo sviluppo della motricità, del linguaggio e di altre funzionalità. La musica risponde all’esigenza di comunicare attraverso vie diverse dalla sola parola e che tocchino la sfera più intima dell’uomo, permettendo così un dialogo in cui la parola perda la sua importanza fonetica e acquisisca una sua espressività sonora. Inoltre, la musica può essere utilizzata per entrare in contatto con vari aspetti dell’essere umano, legati sia allo scoordinamento motorio e a problematiche fisiche, sia quelli legati alla sfera psichica ed emotiva. Essa diviene un valido strumento anche quando si lavora sul recupero nell’ambito sociale, in tutte quelle forme di disagio sociale dove attraverso l’utilizzo di un linguaggio non verbale, si riesce a ricreare un dialogo.

Musica diviene musicoterapia solo quando essa diviene stimolo e veicolo portante da cui parte tutto un lavoro artistico-terapeutico.

Qualsiasi suono che entra nella nostra sfera uditiva ha sempre un’influenza su di noi, ci dona una sensazione fisica, psichica ed emozionale. Un insieme di suoni diviene, in base alla loro combinazione, una frase più o meno elaborata che porta in sé lo sviluppo espressivo, artistico, psichico e sociale dell’individuo che lo produce anche in un ambito musicoterapeutico. Bisogna giungere a far sì che un suono o un insieme di suoni lasci una traccia negli ascoltatori, ossia mettersi in contatto con la parte più significativa di se stessi: i propri vissuti, i propri desideri, le proprie rappresentazioni del mondo e delle cose e i propri stati emotivi. Toccare la parte più intima non è facile. Proprio la difficoltà di esprimere le proprie emozioni trova nella musica un mezzo intermediario per poter esprimere ciò che, a volte, risulta difficile dire in altro modo. E’ così che suoni e ritmi diventano  espressione dei sentimenti, delle vittorie e delle sconfitte di tutti i giorni, stimolano la fantasia, divenendo così un canale d’apertura contro la chiusura in sé, i momenti sconsolati, o anche per dare libero sfogo a momenti d’euforia, proprio per quel legame che c’è tra la struttura della musica e la struttura delle emozioni. Pertanto la musica  è un linguaggio non verbale che esprime i sentimenti dell’uomo e che consente, attraverso un proprio percorso, lo sviluppo della personalità. Nel lavoro musicoterapeutico la libera espressione è intesa come un metodo di lavoro grazie al quale ogni soggetto può comunicare con se stesso e con gli altri, attraverso un linguaggio non verbale, permettendogli di esprimere ogni suo vissuto fisico, emotivo e mentale. Il grado di comunicazione dipende dallo stato d’apertura o chiusura del soggetto in questione, dalla volontà di dialogare, dall’esigenza di sentirsi parte di un universo, dal bisogno di percepire se stessi e gli altri; aspetti che variano in ogni essere umano. In tutto ciò, la musica si può considerare un’arte che aiuta la costruzione di una dinamica collettiva, dando ad ognuno la possibilità di sentirsi parte di una stessa esperienza sonora ma, allo stesso tempo, lasciando ognuno libero di percepire e memorizzare l’esperienza sonora in modo individuale. Il grado d’individualità è dato dalla capacità creativa innata e sviluppata in noi, che permette un’elaborazione di tutti i dati che ci giungono, trasformandoli in impulsi fisici, mentali, emozionali. Tutte queste considerazioni ci portano a concludere che, l’utilizzo della musicoterapia nell’ambito dell’handicap si basa proprio sul presupposto che il linguaggio sonoro-musicale abbia una notevole importanza per facilitare la comunicazione, le relazioni, l’apprendimento, l’espressione, l’organizzazione, potenziando e riabilitando quelle funzioni dell’individuo che portano ad ottenere una migliore qualità della vita. La musica e il suono creano così un ponte tra la sfera psico-affettiva dell’individuo e le sue possibilità creative e comunicative che saranno valorizzate e potenziate all’interno del setting di musicoterapia, rendendoli protagonisti “attivi” dell’esperienza e non solo fruitori “passivi”, dando loro la possibilità di esplorare e sviluppare le proprie capacità elaborative. In modo particolare, nell’ambito scolastico la musicoterapia riveste un importante aspetto socializzante, relazionale ed integratore, creando nei ragazzi modalità di comunicazione diversa dal verbale, ma è soprattutto la musica come linguaggio universale, un mezzo facilitante per l’espressione di sé, che annulla ogni differenza legata a competenze intellettuali, facilitando quei canali di comunicazione legati al non verbale. L’espressione dei sentimenti di ognuno attraverso “il dialogo sonoro” o “la conversazione musicale” porta a dei veri e propri scambi tra i partecipanti. Tramite la musica si può stabilire tra il bambino disabile ed i suoi compagni, quel clima comunicativo che porta alla scoperta, all’accettazione, alla comprensione reciproca  ed alla costruzione di regole comunicative comuni.

 

 

Federica Cicchelli

Postato da: francescofavia a 13:38 | link | commenti
arte e musica come aiuto terapeu



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